Appunti da Gaiarine

Storie

I ricordi di Graziano, la famiglia Andreetta e una casa che continua a raccontare la propria storia.

La famiglia Andreetta detta Botol riunita davanti alla casa nel 1938
La famiglia Andreetta, detta Botol, nel 1938. Quattro figli sposati, le loro famiglie e un'unica grande cucina.
Ricordi di famiglia

A mezzogiorno,
la campana.

Il mio primo ricordo legato a questa casa è quello della grande cucina, dove mangiavamo tutti insieme, rigorosamente a mezzogiorno, quando suonava la campana delle dodici.

Nei nostri campi si coltivavano diverse cose. C'era il fieno, perché avevamo due mucche che ci davano il latte e con il loro latte facevamo anche il formaggio. Coltivavamo il granoturco per nutrire gli animali, comprese le galline, e l'uva, con la quale producevamo il vino in casa.

Avevamo un torchio e molte persone venivano a torchiare l'uva da noi, perché non ne possedevano uno. Come pagamento ci lasciavano alcune damigiane di vino.

Quando arrivava il momento di raccogliere le pannocchie, venivano sistemate in grandi sacchi e portate su per le scale fino alla soffitta, chiamata in dialetto il granèr. Là venivano distese affinché potessero asciugarsi. Era un lavoro molto faticoso, che svolgevano soprattutto i miei fratelli più grandi.

Ritratti di Maria Giusti e Antonio Andreetta
Maria Giusti e Antonio Andreetta. I ricordi di Graziano restituiscono il volto privato del capofamiglia.
Mio nonno

Il capo
della famiglia.

Pur essendo un uomo molto duro e austero, mio nonno amava profondamente la sua grande famiglia.

Portava tutti i nipoti al mare, a Jesolo, e faceva arrivare dalla Liguria l'olio d'oliva in piccole botti di legno. Ogni domenica dava la paghetta ai figli.

Una volta i suoi figli, che lavoravano come muratori, eseguirono dei lavori nella casa di un vicino, il Feletto. Il vicino pagò direttamente loro anziché consegnare il denaro al nonno. Lui non disse nulla. La domenica successiva, però, la consueta paghetta non arrivò.

«Consumino i soldi che hanno ricevuto per il lavoro fatto.»

Fu anche fabbriciere della parrocchia di Gaiarine. Nel 1927, insieme a Giobatta Matiuzzi e Fortunato Carnelos, chiese l'autorizzazione per cambiare l'orientamento della chiesa e ampliarla. I lavori terminarono dieci anni più tardi.

Si spostava in calesse e la domenica andava a Roverbasso per giocare a carte. Diceva che preferiva andare fin là perché i gaiarinesi non sapevano giocare.

Gli Andreetta erano una tipica famiglia patriarcale. I quattro figli sposati vivevano nelle case ai numeri 13 e 15 con le mogli e i numerosi figli. Tutti condividevano un'unica cucina e il capo della famiglia era il nonno. Gli acquisti nei negozi di Gaiarine venivano annotati nel libretto di famiglia; alla fine del mese, era lui a passare e saldare il conto.

Morì quando avevo cinque anni. Il ricordo più bello che conservo di lui risale all'asilo. Quando passava diretto verso la piazza, costeggiava la recinzione e mi porgeva una mentina bianca. Per me, in fondo, non era poi così burbero.

La cucina e lo spazio comune di Borgo Botol dopo il restauro
La cucina comune oggi: uno spazio per riunirsi, cucinare e ritrovare il piacere di stare insieme.
Una casa da condividere

Un luogo
in cui respirare.

Spero che i viaggiatori ricordino soprattutto l'accoglienza ricevuta e che non si sentano mai abbandonati, ma accompagnati nella scoperta del territorio.

La persona che più di ogni altra mi ha insegnato a cucinare è stata mia moglie, Carla. Ho imparato anche attraverso i tentativi che facevo quando mi recavo in Cile e vivevo nel mio piccolo appartamento. Oggi la cucina torna a essere un luogo d'incontro.

Non abbiamo voluto sovraccaricare gli ambienti con troppi mobili. Abbiamo preferito lasciare spazi liberi: anche quando le dimensioni sono contenute, la casa deve dare la sensazione che si possa respirare. I serramenti con doppi vetri proteggono dai rumori esterni e permettono di ritrovare un autentico silenzio.

Lo spazio che più di ogni altro è cambiato è la soffitta. Un tempo era piena di oggetti abbandonati e vi svolazzavano numerosi pipistrelli. Oggi è stata completamente trasformata, pur conservando le tracce della sua storia.

Durante il restauro ho scelto di mantenere leggibili l'arco, la nicchia della lampada a olio, il pozzo, le diverse murature e i frammenti medievali. Vorrei che, osservando le pareti e gli oggetti, gli ospiti potessero immergersi nel passato e sentire che la storia di Borgo Botol è anche quella vissuta dalla mia famiglia.

La cura dei dettagli, la pulizia e l'igiene degli ambienti fanno parte della stessa idea di rispetto. Borgo Botol non vuole essere un alloggio per un turismo “mordi e fuggi”, ma un luogo nel quale ritrovare il piacere di sedersi, riposare e sentirsi bene.

Cucchiaio di legno, nocciolo di pesca, semi e paglia scoperti in una colonna portante di Borgo Botol
Gli oggetti emersi durante il restauro del 2025: un cucchiaio di legno, un nocciolo di pesca, altri semi o gusci e della paglia.
Una scoperta tra le mura

Il segreto
della colonna

Nel cuore della muratura di una colonna portante, il restauro ha rivelato un piccolo insieme di oggetti quotidiani rimasto nascosto per secoli.

Accanto a un cucchiaio di legno consumato si trovavano un nocciolo di pesca, altri semi o gusci e fasci di paglia. La posizione sigillata sembra collegarli a una precedente ricostruzione della casa, forse al grande restauro realizzato nel Seicento.

Nell'Europa dell'età moderna era talvolta consuetudine collocare oggetti d'uso quotidiano e materiali naturali all'interno della struttura di un edificio. Gli archeologi li definiscono depositi nascosti o speciali. Potevano segnare un'importante fase costruttiva, custodire la memoria di una famiglia oppure esprimere l'augurio che la casa e chi la abitava prosperassero e rimanessero protetti.

Casa, raccolto e protezione

Il cucchiaio richiama il nutrimento e la vita domestica. Il nocciolo di pesca e gli altri semi possono evocare abbondanza, rinascita e la promessa di un nuovo raccolto, mentre la paglia lega la casa al paesaggio agricolo circostante. Sigillarli in una colonna portante potrebbe aver collocato simbolicamente questi significati nella forza stessa dell'edificio.

Non è rimasta alcuna testimonianza scritta capace di spiegare il deposito, quindi il suo significato non può essere dimostrato. Gli oggetti potrebbero anche derivare da attività pratiche di cantiere o da materiale raccolto in una cavità preesistente. Il loro raggruppamento e la posizione profondamente racchiusa rendono tuttavia plausibile una deposizione intenzionale.

Continuare con il restauro
La casa

Una storia
ancora vissuta.

Borgo Botol non è separato dal paesaggio che lo circonda.

Il restauro, gli appartamenti e questi itinerari nascono tutti dalla stessa idea: conservare ciò che è autentico, viaggiare con curiosità e lasciare abbastanza tempo per accorgersi di dove ci si trova.

Leggi la storia del restauro